Archivio mensile:agosto 2015

Torre Grande. Una passeggiata in bicicletta

Il video che segue “racconta” una passeggiata in bicicletta dal Pontile al Porticciolo, passando per Torre Grande. Trascorrono i luoghi e trascorre anche il tempo, così dal pomeriggio si passa alla sera e all’immancabile tramonto. Le musiche le ho “rubate” a John Cage: spero che mi perdoni e mi perdoniate l’azzardo.

I luoghi sono segnati nella mappa presente in questo altro post sulla spiaggia di Torre Grande.

Nonostante una maniera un po’ trasognata, penso che il video dia una idea abbastanza completa e realistica delle atmosfere e dello spirito di Torre Grande. Il video  dura poco più di sette minuti. Buona visione.

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Torre Grande e Vittorini

Elio Vittorini
immagine tratta da 2duerighe.com

Poi sono andato a chiudermi in cabina. Finché non mi sono addormentato ho creduto di stare in un guardaroba. E m’ha svegliato il canto di un gallo, come da un pollaio che sia là fuori, sul ponte… Il piroscafo è sempre all’àncora, cioè di nuovo, sebbene mi sembri che non si sia mosso piú, da iersera. È giorno. Avverto l’andirivieni arrugginito dell’argano. Dall’hublot vedo un cielo di vento. E c’è un rumore di marina battuta dai cavalloni.

Nell’hublot passa un’ombra, certo d’una vela. Ma si direbbe ch’io sia in una casa di campagna dinanzi al mare e qualcuno cammini sulla spiaggia a tre passi dalla mia finestra.

Gli amici mi chiamano urlando che sono le dieci e mezzo. A precipizio corro fuori in pigiama, pensando che ci tufferemo. C’è un mare nerastro ma un cielo bellissimo, vuoto, e attorno una spiaggia in semicerchio, di sabbia rovente che sfuma lontano in pianure d’erba e d’alberi. Nel polverio si vedono anche le cupole d’Oristano. I miei amici sono già in mutandine da bagno e dicono di voler raggiungere a nuoto la spiaggia. È deserta, con qualche palmizio e una fila di baracche rosse, abbandonate.

Un barcone nero è attraccato al piroscafo, continuamente cozza contro lo scafo, e la grue tira su gabbie piene di polli. È una manovra assai piú lenta, per il moto dell’acqua, di quella delle farine di S. Antioco. Molte gabbie sono però nella stiva e a un nuovo squillante chicchiricchí mi sembra di riconoscere il gallo che mi ha svegliato.

Appena pronto anch’io, scendiamo in acqua. Rapisce, impiglia le braccia. Non siamo abbastanza bravi nuotatori per lottare fino alla spiaggia con questa burrasca e un ufficiale ci grida di arrampicarci sulla chiatta, che ha finito di scaricarsi dei suoi polli e ritorna a prendere dell’altro a riva. «Presto; non ci fate perder tempo!» urla uno strano tipo di facchino. Sono tre, costoro della chiatta, in cenci di camicia e pantaloni, a gambe nude. Hanno visi famelici, da barbareschi, e le guance sozze di barba non rasa. Non so quale muta disperazione infiammi i loro occhi, ma certo ci guardano con rabbia.

Conducono la chiatta a strattoni ammainando una gomena che dal piroscafo corre alla spiaggia per mezzo miglio quasi. Il vento cresce, li fa sbandare, ed essi bestemmiano in un linguaggio ignoto, che non mi sembra nemmeno sardo. Finalmente entriamo in secca, dinanzi a un gran mucchio di casse da caricare. Scendiamo nella spuma d’un cavallone. E chissà chi siamo, degli evasi, dei naufraghi, su questa sabbia selvaggia abitata dal torvo popolo dei tre della chiatta. Altri aspettano attorno alle casse, piú cenciosi e torvi. Hanno qualcosa di cannibalesco, specie se guardano a noi. Un cane ci viene addosso abbaiando ed essi non si curano di richiamarlo. Dobbiamo intimidirlo urlandogli contro, abbaiando, direi, noi pure.

E c’è nell’aria un eccitante squallore. Il gran giallo delle sabbie. La canicola. La burrasca grigia dei cavalloni. Le baracche rosse che da bordo ci parevano nuove e parecchie, sono invece cinque in tutto, e di legno tarlato. Ci parevano baracche balneari e sono abitazioni. Da una esce un filo di fumo. Appesi a uno spago tra due altre asciugano panni femminili. E un doganiere vestito di verde legge beato in un libro molto vecchio, qualche libro di viaggi, allungandosi su un cumulo di sacchi. – È incantato dalla verità del suo far nulla, se ne infischia del piroscafo, della cosa nuova ch’è il piroscafo su questa spiaggia, dell’avvenimento di quelli che caricano; godendosi la sua meravigliosa eternità. Senz’altro, è il re del luogo. E riesco a capire perché la Sardegna è stata per lungo tempo la terra dove un qualunque patrizio pisano o genovese poteva venire a farsi un regno e chiamarsi re. Ugolino della Gherardesca era re ad Iglesias. Un Doria era re a Castelsardo. Un altro Doria a Oristano. Un Malaspina a Bosa. Questo doganiere è re su questa spiaggia; chi vorrebbe metterlo in dubbio? E noi ci stendiamo, ci rialziamo, corriamo, nella gioia dei nostri incanti frettolosi, senza un minuto di pace.

La sabbia è cosparsa di conchiglie. Ce n’è rosa, ce n’è malva, altre bianche e piccolissime, altre come ciclamini, altre nere. Da farne corone per capelli d’una donna. Per un seno ignudo. – Corriamo e non abbiamo vento addosso. Eppure sentiamo che vento sibila in alto! Corriamo fino a un vecchio pontile di palafitte, in ruderi, in tizzoni fradici come fosse stato distrutto da un incendio. Poi, a un urlo musicalmente selvaggio di richiamo, vediamo che la chiatta è pronta, che stacca dalla riva e ci buttiamo in acqua a raggiungerla nuotando.

A bordo del piroscafo montiamo arrampicandoci su per le corde della grue. Siamo felici e stanchi. Un po’ delusi anche che non ci abbiano abbandonato sulla spiaggia. Un po’ intirizziti a questo sole che non ci asciuga, a questo vento che fa cigolare i nodi delle gomene, e tutte le pulegge di bordo. – E subito la “Città di Spezia” disancora. Naviga con l’andatura delle anitre in un cortile. Quac. Quac. Su un fianco; sull’altro… Si direbbe che s’è avventurata in mare per la prima volta, cosí buffa, cosí goffa, sul suo pancione maldestro. Costeggiamo sopravento. Passiamo sottovento a un isolotto spinoso come di reticolati, su cui volano falchi. Nel pomeriggio doppiamo capo Mannu. Nella luce è penetrata una tenebra misteriosa, un’ombra non so se di pioggia o di notte. Certo il sole s’è disciolto: nel suo io invisibile. E il cielo è tutto bianco d’un ghiaccio di nuvola uniforme, che a poco a poco diventa un ghiaccio di cenere.

Tratto da Sardegna come un’infanzia , di Elio Vittorini

Su Tingiosu. Una escursione.

La falesia di Su Tingiosu corre per circa cinque chilometri dalle spiagge di San Vero Milis a nord a quelle di Cabras a Sud. L’escursione che vi propongo è lunga circa cinque chilometri e vi porta dalla spiaggia di S’Anea Scoada (l’ultima spiaggia meridionale del Sinis di San Vero Milis) a Portu Suedda (la prima spiaggia settentrionale del Sinis di Cabras)

 

«Sotto il profilo del paesaggio geologico, le coste ad ovest alternano tratti di spiaggia e dune con falesie, in particolare quelle di Su Tingiosu, create dalla forza del mare di ponente: in ogni tratto di questa costa si avverte l’influenza del moto ondoso e del vento di maestrale che modellano la costa e creano le falesie. Nelle zone lontane dal mare il paesaggio è, infatti, più dolce.

La falesia di Su Tingiosu risulta lunga circa 2 km ed alta fino a 30 m. È costituita da una stratificazione, regolare ed in banchi semi orizzontali, di arenarie carbonatiche particolarmente erodibili ed è esposta al vento di maestrale. Questa situazione dà origine a notevoli frane di crollo ed al conseguente fenomeno di arretramento accelerato della costa.

Il mare scava alla base un solco orizzontale chiamato solco di battente, che si approfondisce nel tempo fino a quando le arenarie soprastanti, già fragili di costituzione ed ulteriormente indebolite dalle incessanti vibrazioni e dallo spray marino che si forma con il mare mosso, crollano giù in grandi blocchi.» (Orrù Giovanna, Analisi della flora residua presente nel settore centro-settentrionale del Campidano)

 

Il primo tratto della escursione incontra molte tracce dell’attività di cava che si svolgeva in questo tratto di costa sino a non molti anni fa. Da queste cave si ricavavano i blocchetti di arenaria con cui sono edificate molte delle case della zona e soprattutto dei due borghi marini di Putzu Idu e Mandriola.

Una cava dismessa di blocchi di arenaria
Una cava dismessa di blocchi di arenaria

 

In questo primo tratto lo strato di arenaria è molto profondo, la falesia è ancora bassa e costellata da crolli di grossi blocchi di roccia.

Un profondo strato di arenaria si affaccia a picco sul mare
Un profondo strato di arenaria si affaccia a picco sul mare
Il primo tratto della falesia
Il primo tratto della falesia
I crolli di grandi blocchi di arenaria
I crolli di grandi blocchi di arenaria
L'erosione ha fatto mancare la base sottostante a questo grosso blocco di arenaria
L’erosione ha fatto mancare la base sottostante a questo grosso blocco di arenaria

 

Già in questo tratto si aprono piccole calette che sono raggiungibili solo dal mare. Tutte le calette lungo Su Tingiosu non sono del tutto sicure, data la natura fortemente franosa di tutto il corso della scogliera.

Una caletta nel primo tratto della falesia
Una caletta nel primo tratto della falesia

 

Nella prima metà della passeggiata, l’entroterra a ridosso della scogliera è caratterizzato da un’aspra, bella e bassa macchia modellata dal maestrale. Oltre agli immancabili lentischi, è possibile trovale la fillirea, bassi cespugli di ginestra spinosissima e il rosmarino. Nelle zone libere dalla macchia cresce il profumato elicriso, la frankenia, e altre piante erbacee e spinose.

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Nella seconda metà, invece, i campi coltivati, generalmente a grano, arrivano sin quasi a ridosso della scogliera.

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La parte centrale della scogliera è la più alta, l’arenaria è quasi del tutto assente e domina il colore chiaro dei calcari. La falesia scende a picco per 25-30 metri, i crolli sono di minore dimensione. È evidentissima la conformazione a strati della roccia, derivante dai successivi depositi di materiali dalla composizione fisica e chimica diversa.

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Questa parte della falesia è anche interessante perché gli anfratti che ne segnano il verticale sono ideale dimora per la nidificazione di varie specie marine. Nel tardo pomeriggio, per esempio, è possibile assistere al ritorno dei cormorani, che qui dimorano, dalla caccia giornaliera. In gruppi più o meno grandi si esibiscono in belle evoluzioni che si concludono con un atterraggio non sempre agevole nel nido ricavato nella parete a picco sul mare.

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Poi la falesia ricomincia ad abbassarsi, sino a trasformarsi in bassa scogliera e infine in spiaggia. L’escursione è finita.

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Il periodo che vi suggerisco per l’escursione è il tardo pomeriggio. Riservatevi almeno tre-quattro ore di luce, tra andata e ritorno. Al ritorno l’escursione sarà arricchita da uno spettacolare tramonto, che è cosa che fa sempre piacere.DSC_0159

 

E per finire, alcune precauzioni:

  • non avvicinatevi eccessivamente all’orlo della scogliera. L’ho già detto: è particolarmente franosa e instabile. E poi non è mai salutare farlo, si aumentano di molto le probabilità di farsi male;
  • l’imbrunire è l’ora in cui le zanzare sono particolarmente attive, soprattutto in assenza di vento o vento debole. Portatevi un antizanzara da strofinarvi sulla pelle ai primi segni di eccessiva attenzione di questo molestissimo insetto e sarete salvi e sicuri.

 

Torre Grande. Due videocartoline crepuscolari.

Due videocartoline di un minuto circa ciascuna girate nella spiaggia di Torre Grande.

La prima ritrae una madre e una bambina che mimano una sorta di canzoncina-balletto, con sullo sfondo un tranquillo finale di tramonto agostano.

Sono particolarmente legato a questa videocartolina perché esprime alla perfezione ciò che ci possiamo aspettare da una spiaggia come Torre Grande, quando il mare e il tempo sono disposti a concedercelo e quando noi siamo pronti a riceverlo.

 

La seconda videocartolina mostra una barca a vela ferma a poche decine di metri dalla spiaggia. Sullo sfondo il promontorio di Capo San Marco. Una piccola imbarcazione a motore si allontana dalla barca a vela (per raggiungere la spiaggia?). Mare quasi piatto, crepuscolo, leggera brezza. Lasciamo che tutto sia come è.

 

 

Porto Murta. Una escursione.

Porto Murta vista da nord
Porto Murta vista da nord

 

Porto Murta è una piccola, deliziosa, isolata caletta situata nel tratto di costa che va da Porto Palma a Funtanazza. Più precisamente si trova a circa due chilometri di cammino lungo la costa da Porto Palma.

 

È raggiungibile sia a piedi con una semplice passeggiata, oppure in macchina, utilizzando uno sterrato abbastanza comodo che si apre sulla provinciale 65, poche centinaia di metri dopo (se venite da Sant’Antonio di Santadi) o prima (se venite da Montevecchio) il bivio per Porto Palma.

Porto Murta visto da sud
Porto Murta visto da sud

 

Io l’ho raggiunta a piedi in una giornata di maestrale agostano che ha pulito e reso limpida l’aria e ha mantenuto la temperatura sempre sufficientemente fresca. Il sentiero che porta a Porto Murta è agevole e sicuro. Si snoda lungo una costa bassa e leggerissimamente scoscesa. È, insomma, adatto a (quasi) tutti.

La costa e il sentiero nel primo tratto del percorso
La costa e il sentiero nel primo tratto del percorso

 

La spiaggia di Porto Murta è costituita da piccoli e levigatissimi ciottoli di quarzo bianco e scisto grigio in prevalenza. Tutto materiale trasportato dal torrente stagionale che percorre le colline dell’interno, ricche delle due rocce. È inutile dire che i ciottoli di Porto Murta sono patrimonio comune e stanno meglio lì dove sono piuttosto che in una bottiglia di plastica dimenticata in uno sgabuzzino.

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Poi i miei piedi mi hanno portato oltre. Sapete, la voglia di scoprire che cosa c’è oltre quel promontorio.

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E dopo ogni promontorio si apriva una caletta. E ogni caletta meritava un bagno o una sosta.

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In effetti la mia idea è diventata quella di arrivare sino a Funtanazza, ma ho scoperto che non è affatto semplice. La costa si fa più scoscesa e franosa. Il sentiero si trasforma sempre più in strettissimi passaggi di capre in un terreno non del tutto stabile e sicuro. In certi casi è necessario abbandonare la costa per addentrarsi nella collina e camminare tra la bassa macchia sfruttando erratici passaggi.

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L’ultima caletta raggiunta

 

Insomma, per farla breve, non sono arrivato a Funtanazza. Tuttavia, sulla via del rientro, il pomeriggio è stato generoso e mi ha ripagato del fallimento con abbondanza di luce, colori accesi e orizzonti. Non si finiva più di riempirsene gli occhi.

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Torre Grande. La spiaggia

Torre Grande è la spiaggia degli oristanesi. Quasi il loro salottino estivo. Lo usano per prendere il sole e fare il bagno, per passeggiare e prendere il fresco la sera, per praticare sport, per “fare ora” prima di riversarsi nei locali notturni, per una pizza o una cena.

 

Torre Grande è un borgo marino situato nella parte settentrionale del Golfo di Oristano. Abitato anche in inverno, offre mare pulito e servizi essenziali completi.  A Torre Grande puoi trovare da dormire, da mangiare, puoi praticare sport, puoi divertirti nei suoi locali notturni sulla spiaggia. Ci sono market, è presente la guardia medica turistica, una chiesa, un porticciolo turistico.

TorreGrandeMaestraleTorre Grande  è ormai tre anni di seguito che si guadagna la bandiera blu, dal 2012 al 2014. Al riguardo puoi visitare il sito web del Programma Bandiera Blu. Quest’anno si è anche guadagnato la bandiera verde, vale a dire il riconoscimento di spiaggia adatta e sicura per i bambini assegnato dalla Società Italiana di Pediatria preventiva e Sociale.

Torre Grande può essere raggiunta da Oristano in poco meno di mezzora in bicicletta e di un’ora a piedi. È possibile farlo in tutta sicurezza utilizzando una pista ciclabile che dalla località detta Sa Rodia porta direttamente alla borgata marina di Torre Grande (l’itinerario è segnato nella mappa).

Il fatto che il golfo raccolga le acque del fiume Tirso fa sì che le sue, di acque, assumano quel particolare colore verdastro opaco tipico di mari simili. Il fiume, inoltre, riversa nel golfo molto limo che appena smosso rende torbida l’acqua. Anche la sabbia della spiaggia deriva le sue caratteristiche principali dal Tirso. È sabbia ricca di cristallini grezzi, non arrotondati e levigati, di quarzo, di granito, di basalto, di scisto, tutta roccia che lungo il suo corso il Tirso incontra, scava, lavora, trasporta e riversa nel Golfo di Oristano. Poi le correnti si incaricano di distribuire lungo tutto il litorale questo abbondante materiale. Ed è sabbia ricca di polvere (quel limo di cui si parlava), che ci mette poco a trasformarsi in nuvoletta se smossa con mano o piede.

Eppure, a me Torre Grande piace. Piace per la sua accessibilità, comodità e accoglienza. Niente di straordinario, nessuna emozione particolarmente accesa, niente acqua particolarmente cristallina e caraibica. Però è lì, ti offre quel che promette: un luogo dove fare un po’ di sport (ce n’è per tutti i gusti, io ci faccio il mio yoga con un nutrito gruppo di amici), trascorrere un pomeriggio tranquillo sino al tramonto, allungare il pomeriggio con un gelato o una bibita, godendoti il crepuscolo. Come questo …

TorreGrandeTramonto01
Crepuscolo pastello

 

… oppure questo

Tramonto fuoco
Crepuscolo fuoco

Torre Grande. Maestrale

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Il golfo di Oristano chiuso a settentrione da Capo San Marco

 

Il maestrale è vento fresco o freddo che soffia da nord-nord-ovest. Nasce, cresce, si rafforza nel nord Atlantico, incontra e talvolta assalta le coste atlantiche francesi, si incanala nel sud-ovest della Francia, supera la Provenza e irrompe allegramente nel Mediterraneo occidentale prendendone possesso, a volte per un sol giorno a volte per una intera settimana.

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Il Golfo di Oristano chiuso a meridione da Capo Frasca

 

Il maestrale è vento fresco che pulisce l’aria, la libera dalle foschie umide, le raggruma in carovane di grasse nuvole di passo, che sfrangia per poi ricomporre, portandosele via verso sud.

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La spiaggia di Torre Grande

 

Il maestrale è vento schietto, ama le linee nette, le evidenze, i confini ben definiti delle cose. Separa i colori e li rende brillanti. Nascondendo a tratti il sole, rende lo sguardo più sciolto e riposato, e la visione delle cose più chiara.

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La spiaggia di Torre Grande

 

Anche le spiagge, in un qualche senso, quando soffia il maestrale, diventano migliori, rese quasi vuote anche in pieno agosto.

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La spiaggia di Torre grande verso meridione

 

Il maestrale è arrivato anche in Sardegna, nel Golfo di Oristano, ed è stata una benedizione. Abbiamo ricominciato a dormire la notte, a girare di giorno, a non sudare come fontanelle. La pelle si è asciugata e ha ripreso luce. L’umore è migliorato, le facce si sono fatte più distese e meno tirate. Le persone hanno cominciato a sorridere e ridere più spesso e di più.