Torre Grande e Vittorini

Elio Vittorini
immagine tratta da 2duerighe.com

Poi sono andato a chiudermi in cabina. Finché non mi sono addormentato ho creduto di stare in un guardaroba. E m’ha svegliato il canto di un gallo, come da un pollaio che sia là fuori, sul ponte… Il piroscafo è sempre all’àncora, cioè di nuovo, sebbene mi sembri che non si sia mosso piú, da iersera. È giorno. Avverto l’andirivieni arrugginito dell’argano. Dall’hublot vedo un cielo di vento. E c’è un rumore di marina battuta dai cavalloni.

Nell’hublot passa un’ombra, certo d’una vela. Ma si direbbe ch’io sia in una casa di campagna dinanzi al mare e qualcuno cammini sulla spiaggia a tre passi dalla mia finestra.

Gli amici mi chiamano urlando che sono le dieci e mezzo. A precipizio corro fuori in pigiama, pensando che ci tufferemo. C’è un mare nerastro ma un cielo bellissimo, vuoto, e attorno una spiaggia in semicerchio, di sabbia rovente che sfuma lontano in pianure d’erba e d’alberi. Nel polverio si vedono anche le cupole d’Oristano. I miei amici sono già in mutandine da bagno e dicono di voler raggiungere a nuoto la spiaggia. È deserta, con qualche palmizio e una fila di baracche rosse, abbandonate.

Un barcone nero è attraccato al piroscafo, continuamente cozza contro lo scafo, e la grue tira su gabbie piene di polli. È una manovra assai piú lenta, per il moto dell’acqua, di quella delle farine di S. Antioco. Molte gabbie sono però nella stiva e a un nuovo squillante chicchiricchí mi sembra di riconoscere il gallo che mi ha svegliato.

Appena pronto anch’io, scendiamo in acqua. Rapisce, impiglia le braccia. Non siamo abbastanza bravi nuotatori per lottare fino alla spiaggia con questa burrasca e un ufficiale ci grida di arrampicarci sulla chiatta, che ha finito di scaricarsi dei suoi polli e ritorna a prendere dell’altro a riva. «Presto; non ci fate perder tempo!» urla uno strano tipo di facchino. Sono tre, costoro della chiatta, in cenci di camicia e pantaloni, a gambe nude. Hanno visi famelici, da barbareschi, e le guance sozze di barba non rasa. Non so quale muta disperazione infiammi i loro occhi, ma certo ci guardano con rabbia.

Conducono la chiatta a strattoni ammainando una gomena che dal piroscafo corre alla spiaggia per mezzo miglio quasi. Il vento cresce, li fa sbandare, ed essi bestemmiano in un linguaggio ignoto, che non mi sembra nemmeno sardo. Finalmente entriamo in secca, dinanzi a un gran mucchio di casse da caricare. Scendiamo nella spuma d’un cavallone. E chissà chi siamo, degli evasi, dei naufraghi, su questa sabbia selvaggia abitata dal torvo popolo dei tre della chiatta. Altri aspettano attorno alle casse, piú cenciosi e torvi. Hanno qualcosa di cannibalesco, specie se guardano a noi. Un cane ci viene addosso abbaiando ed essi non si curano di richiamarlo. Dobbiamo intimidirlo urlandogli contro, abbaiando, direi, noi pure.

E c’è nell’aria un eccitante squallore. Il gran giallo delle sabbie. La canicola. La burrasca grigia dei cavalloni. Le baracche rosse che da bordo ci parevano nuove e parecchie, sono invece cinque in tutto, e di legno tarlato. Ci parevano baracche balneari e sono abitazioni. Da una esce un filo di fumo. Appesi a uno spago tra due altre asciugano panni femminili. E un doganiere vestito di verde legge beato in un libro molto vecchio, qualche libro di viaggi, allungandosi su un cumulo di sacchi. – È incantato dalla verità del suo far nulla, se ne infischia del piroscafo, della cosa nuova ch’è il piroscafo su questa spiaggia, dell’avvenimento di quelli che caricano; godendosi la sua meravigliosa eternità. Senz’altro, è il re del luogo. E riesco a capire perché la Sardegna è stata per lungo tempo la terra dove un qualunque patrizio pisano o genovese poteva venire a farsi un regno e chiamarsi re. Ugolino della Gherardesca era re ad Iglesias. Un Doria era re a Castelsardo. Un altro Doria a Oristano. Un Malaspina a Bosa. Questo doganiere è re su questa spiaggia; chi vorrebbe metterlo in dubbio? E noi ci stendiamo, ci rialziamo, corriamo, nella gioia dei nostri incanti frettolosi, senza un minuto di pace.

La sabbia è cosparsa di conchiglie. Ce n’è rosa, ce n’è malva, altre bianche e piccolissime, altre come ciclamini, altre nere. Da farne corone per capelli d’una donna. Per un seno ignudo. – Corriamo e non abbiamo vento addosso. Eppure sentiamo che vento sibila in alto! Corriamo fino a un vecchio pontile di palafitte, in ruderi, in tizzoni fradici come fosse stato distrutto da un incendio. Poi, a un urlo musicalmente selvaggio di richiamo, vediamo che la chiatta è pronta, che stacca dalla riva e ci buttiamo in acqua a raggiungerla nuotando.

A bordo del piroscafo montiamo arrampicandoci su per le corde della grue. Siamo felici e stanchi. Un po’ delusi anche che non ci abbiano abbandonato sulla spiaggia. Un po’ intirizziti a questo sole che non ci asciuga, a questo vento che fa cigolare i nodi delle gomene, e tutte le pulegge di bordo. – E subito la “Città di Spezia” disancora. Naviga con l’andatura delle anitre in un cortile. Quac. Quac. Su un fianco; sull’altro… Si direbbe che s’è avventurata in mare per la prima volta, cosí buffa, cosí goffa, sul suo pancione maldestro. Costeggiamo sopravento. Passiamo sottovento a un isolotto spinoso come di reticolati, su cui volano falchi. Nel pomeriggio doppiamo capo Mannu. Nella luce è penetrata una tenebra misteriosa, un’ombra non so se di pioggia o di notte. Certo il sole s’è disciolto: nel suo io invisibile. E il cielo è tutto bianco d’un ghiaccio di nuvola uniforme, che a poco a poco diventa un ghiaccio di cenere.

Tratto da Sardegna come un’infanzia , di Elio Vittorini

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