Spiaggia del Lazzaretto. Una escursione in barca a vela di cent’anni fa.

Spiaggia del Lazzaretto. Cent’anni fa. Una contessa svedese, un pittore boemo, un loro amico …

Portammo Chytil a fare un ultimo giro in barca, e questa volta andammo ancora più al largo che mai. Adesso, grazie al cielo, non avevamo più restrizioni. Finalmente eravamo di nuovo padroni di noi stessi, potevamo fare ciò che volevamo e andare dove più ci piaceva, senza doverlo notificare a chicchessia o dover chiedere il permesso ai carabinieri. Una gioia incredibile!

Salpammo la mattina presto che era ancora fresco, col mare increspato da graffi di vento, e non tornammo se non dopo mezzanotte. La meta era una spiaggia lontanissima che avevamo visto luccicare nella luce pomeridiana sotto il profilo di montagne azzurre proprio dall’altra parte del golfo; a volte sembrava una striscia bianchissima, altre una vera e propria nuvola di oro rosato. Aveva risvegliato tutti i nostri desideri repressi. Proprio perché era lontana e proibita costituiva una tentazione doppia. Adesso finalmente potevamo esaudire le nostre brame ed esplorare quel territorio sconosciuto e misterioso.

DSC_0153Si stendeva, totalmente deserto, a chilometri e chilometri da qualsiasi abitazione umana, ma c’era un vecchio rudere che dava il nome alla località: il Lazzaretto. Durante alcune epidemie, in passato, era stato usato come ospedale per malati di colera e come stazione di quarantena. Ora il tetto era crollato. Le erbacce avevano spaccato le pareti e stavano coprendo quell’unica traccia di presenza umana.

Tutt’intorno, a perdita d’occhio, non c’era niente tranne che natura selvaggia, vergine e intatta come l’avevano lasciata le mani del Creatore. Mai avevo provato una simile sensazione di primordialità. Qualsiasi altro paesaggio sembra banale e piatto, adulterato e sfruttato, quando lo paragono alla natura della Sardegna e alla sua prospettiva di eternità. E in nessun’altra parte era così conturbante come qua. Ci sentivamo come pigmei, come pulci, come microbi mentre correvamo su quella interminabile spiaggia candida.

DSC_0102Ci spingemmo anche all’interno. I rododendri erano in fiore in diverse sfumature di rosso, e c’erano altri cespugli con fiori gialli dal profumo intenso, di una specie che non avevo mai visto prima. Più ci inoltravamo più era evidente che in quel posto non c’erano mai arrivati né pescatori né cacciatori. Ci imbattemmo in animali selvatici con i loro piccoli, ovviamente molto più incuriositi che spaventati. Stavano lì a lungo a guardarci, prima di decidersi a correre o volare via.

All’improvviso sentimmo dall’alto delle strida acute, e soltanto allora le piccole creature apparvero davvero impaurite. E ne avevano ben donde, perché si trattava di un’intera famiglia di aquile: gli enormi maestosi genitori e tre piccoli ancora goffi ed incerti sulle ali. Andarono avanti con le loro esercitazioni di volo per tutto il giorno, palesemente interessate ai nostri movimenti. Quando ci muovevamo lungo la spiaggia ci accompagnavano dall’alto, e durante le ore di mezzogiorno le loro ombre ci ruotarono intorno sulla sabbia candida. Se ne stavano tra noi e il sole, ora volando basso, ora ad altezza vertiginosa. Ai loro insistenti gridi simili a lamenti rispondeva un coro di gabbiani impauriti, e negli intervalli sentivamo più acuti che mai il silenzio e la solitudine. Eravamo completamente presi e senza parole: le parole erano diventate improvvisamente superflue, davanti a quella sensazione di eternità. Gridando e cantando a squarciagola tentammo di dominare il brivido di panico che ci correva lungo la schiena. La solitudine era tale che ci sembrava di essere i primi esseri viventi su una terra nuova, o gli unici sopravvissuti di una civiltà scomparsa.

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Lungo il bordo del mare, e più lontano dove le onde arrivavano solo durante le alte maree equinoziali, c’erano file di conchiglie di ogni immaginabile forma e colore: conchiglie porpora e azzurre, altre delicate ovali rosa pallido, altre più piccole giallo zafferano e arancione. C’erano anche dei sassi belli e inusitati, alcuni con dentro dei fossili. Ma la cosa più bella di tutte erano i coralli, di ogni forma e dimensione. Non sapevamo che farcene ma non resistemmo alla tentazione di raccoglierne quanti più possibile, facendo a gara a chi trovava il più bello. Eravamo come bambini, o come selvaggi, alle prese con tutti quegli scintillanti tesori, quei giocattoli multicolori.

Chytil si inventò che stava raccogliendo una collana per un’innamorata immaginaria. Vagava intorno mormorando: “Una bella corona, una graziosa corona, una piccola corona per la mia sposa”, così spaventosamente stonato che fummo costretti a tapparci le orecchie. Ma appariva così felice e sognante che disarmati non trovammo il coraggio di interromperlo. Non è improbabile che la sua tenera espressione fosse dovuta, più che al pensiero della bella sconosciuta, alla più attraente e concreta prospettiva del pranzo.

DSC_0088Mentre sguazzavamo nell’acqua, su un fuoco che avevamo acceso con dei legnetti già cuocevano le patate novelle, e sul coperchio della pentola riscaldavano delle zucchine ripiene. C’erano anche prosciutto, fichi, formaggio e un cesto di ciliegie bianche grandi come susine. Nonostante la forte calura di maggio l’appetito era enorme: avevamo necessità di qualcosa di caldo dentro, dopo essere stati a mollo per ore.

Dopo di che ce ne stemmo distesi, mezzo addormentati, all’ombra di una grande roccia, sputando semi di ciliegia sul bordo dell’acqua, finché venne l’ora in cui non era più pericoloso ributtarsi in mare. Malgrado il calore dell’aria l’acqua era fresca e corroborante e meravigliosamente trasparente. Come il pomeriggio avanzava, la cosa diventava sempre più inebriante. La superficie color smeraldo cominciò a muoversi e a lambire la spiaggia con piccoli brevi allegri sospiri.

Era un tale incanto che all’improvviso ci fermammo, tutti e tre colpiti dallo stesso pensiero: perché mai avevamo mosso mari e monti allo scopo di lasciare tutto ciò? Eravamo stati persino pronti a rischiare la vita nel tentativo di scappare. In questo momento magico tutte le preoccupazioni sembravano completamente stupide e assurde. Un dubbio terribile ci si insinuò nella mente: avremmo mai più avuto, in vita nostra, l’opportunità di vivere in un’Arcadia come questa, dove tutto sotto il sole era gioia istintiva?

DSC_0084Adesso che eravamo liberi e senza più restrizioni, le ombre erano di colpo svanite. Svaniti tutti i piccoli fastidi, le vessazioni e le privazioni che ci avevano tribolato per tanto tempo. Non ricordavamo più neppure la disperazione da cui in parecchi momenti eravamo stati sopraffatti. Tutto ciò che fino a poco prima ci era parso significativo diventava di colpo totalmente privo di importanza: persino la realtà della guerra impallidì per un attimo riducendosi a un’inutile malvagità che non ci riguardava. Molto più reali sentivamo le aquile nel cielo sopra di noi. Con le orecchie aperte al loro messaggio sentivamo che la vera libertà era qua con loro, non in mezzo alla baraonda degli esseri umani. All’improvviso la Sardegna ci apparve in una luce nuova e più nitida, e ci rattristò l’idea di lasciare questo paradiso terrestre.

Ma l’angelo con la spada di fuoco che ci cacciò fu la nostra inarrestabile voglia di fare, che non ci permetteva di starcene a oziare in quella tranquilla oasi di pace. Con un certo senso di colpa ci strappammo alla maliarda influenza della natura per rituffarci nell’impietoso mondo della realtà. Gli uomini non tardarono a tornare all’unico interrogativo in quei giorni universalmente ritenuto di fondamentale importanza per tutta l’umanità. Durante il viaggio di ritorno non fecero che parlare di guerra e di rivoluzione, discutendo per la milionesima volta ogni possibile eventualità. Solo io, per una volta, mi rifiutai e non mi unii a loro. Mi accusarono di “tiepida neutralità” quando mi sentirono mormorare: “Oh Freunde, nicht diese Töne, lasst uns angenehmene anstimmen und freudenvollere… seid umschlungen Millionen, dieser Kuss der ganzen Welt” [“Oh amici, niente toni del genere, lasciateci tranquilli e spensierati… abbracciatevi a milioni, questo è il bacio del mondo intero” sono versi dell’Inno alla gioia di Friedrich Schiller. N.d.T.].

Ma non ero in vena di litigare. Appoggiata al bordo guardavo giù nelle profondità. Pensavo al nuovo periodo della vita in cui stavamo per imbarcarci e mi sembrava che non solo il nostro futuro, ma anche quello di tutta l’umanità, fossero scuri come il mare sotto di me, altrettanto misteriosi e insondabili. Guardavo nell’abisso tentando inutilmente di discernere cosa vi si celasse. Di tanto in tanto vi si rifletteva una stella, tremolante e ingigantita, ma non faceva a tempo a comparire che un’onda la spazzava via. Comparivano altre stelle, ma solo per essere spazzate via da altre onde. Non c’era niente su cui fissare lo sguardo, niente eccetto il mutamento. Niente restava fermo. Era questa la risposta ai miei interrogativi inespressi, una risposta che saliva dalle profondità del mare notturno? Forse non esisteva una meta, era tutto un correre e rincorrersi?

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Le risposte degli oracoli, generalmente, sono oscure. Allora lo capivo meno di quanto, in tutta umiltà, non lo capisca adesso, a distanza di quindici anni. A quel tempo non mi ero ancora resa conto che, anche se le onde sono sempre nuove e diverse, le stelle rimangono eternamente le stesse, per quanto incerto e distorto sia il loro riflesso.

Tratto da Amelie Posse, Interludio di Sardegna, Stoccolma, 1931

Protagonisti

Amelie Posse, contessa svedese, a Roma nel 1915. Sposata col pittore ceco Oskar (Oki) Bradza, all’entrata in guerra dell’Italia seguì il marito che era stato confinato ad Alghero (la Boemia in quel periodo faceva parte dell’Impero austriaco). Notizie e alcune immagini qui.

Oskar (Oki) Brádza, pittore e artista ceco. In Italia nel 1915 per motivi di studio, all’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria fu confinato ad Alghero, nonostante il suo attivismo nel neonato movimento nazionalista ceco.

Chytil, amico dei due.

La spiaggia del Lazzaretto e il suo entroterra.

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