Villasimius ai tempi di Illador.

Ma non è soltanto il mistero di un mondo scomparso nel nulla quello che ci attrae e ci stupisce come una conchiglia che, per un attimo, riusciamo a intravedere tra le due onde. Avvertiamo il presagio di un lungo tempo di pace in isole al riparo dalle tempeste, di vita felice: qui possiamo perderci in questo sogno.

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Nel maggio del 1954 Ernst Junger è in Sardegna, precisamente a Villasimius. Ci arriva in corriera da Cagliari, lungo la provinciale allora polverosa e piena di curve. Ci arriva da turista prima che Villasimius fosse scoperta dalla borghesia cagliaritana, prima che fosse scoperta dal turismo, prima che Villasimius scoprisse il turismo. Ma guai a chiamare Ernst Junger un turista.

… sono dell’opinione che storia e preistoria di un’isola come questa siano comprensibili anche per altre vie che non siano quelle degli studi. Sui suoi monti, ai piedi delle sue scogliere, nell’immobile tranquillità delle sue valli dove le lucertole si crogiolano al sole, è ancora possibile dormire un sonno leggero fra gli atomi dell’atemporalità, ciò che nella sequenza dei tempi si è configurato come un modello ideale pazientemente tessuto. Ciò si può leggere nel vento e nell’onda, sui volti di uomini e donne, nel loro linguaggio e nelle loro melodie, nel modo con cui la sera s’increspa il fumo del focolare sopra le loro dimore.

Ernest Junger è reduce da due guerre mondiali intensamente vissute e abbracciate, e quindi da due sconfitte, la seconda particolarmente disastrosa. Ai due lutti se ne somma un terzo, tutto personale, quello della perdita del figlio maggiore sul fronte italiano. È chiaro che un presente così frustrante vada esorcizzato con un viaggio in una terra fuori dal tempo. Magari con la testa piena della Sardegna già raccontata e trasfigurata da altri scrittori-viaggiatori (D.H. Lawrence, Amelie Posse ed Elio Vittorini, tra i tanti) alla ricerca di esotismi e barbarismi non troppo lontani dal centro dell’Europa. Ed ecco che Villasimius diventa Illador.

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Dal guidatore avevo già avuto il nome dell’albergo e fui accompagnato là da un mucchio di bambini che mi guidarono portando i miei bagagli. La cittadina era abbacinante sotto il sole pomeridiano, nugoli di mosche ronzavano; le case erano in parte fatiscenti, in parte più o meno ben tenute dentro i loro muri di granito o di laterizio. Su tutte, anche su quelle cadenti o diroccate, si leggevano le scritte e i bandi di una squadra di disinfestazione che aveva agito qui esattamente un anno fa, nel maggio 1953. Mandrie di bestiame attraversavano le strade ai cui angoli erano fermi, in piedi, gruppi di uomini mentre sulla carreggiata camminavano donne vestite di, nero reggendo sul capo larghi e bassi canestri o grandi fiaschi.

La camera è spoglia, pavimentata con mattonelle rosse; un letto, un tavolo e una sedia costituiscono il mobilio. La vista dà su un cortile chiuso da muri di laterizio: per, terra, pietre e cianfrusaglie dove scava, a mano a mano che là vengono gettate, un gigantesco cinghiale. Vedo arbusti di limoni con fiori e frutti. Dietro i muri del cortile risplendono i tetti alla luce del sole che sta per tramontare; alcuni sono bianchi e piatti, altri appena appena spioventi e ricoperti di mattoni cotti. Le cime degli ulivi e degli alberi di fico spuntano alte dai cortili, e talora anche il ramo di un fico d’India si allunga al di sopra di un muro. Da uno dei forni esce fumo bianco, e riempie l’aria con l’aroma tipico di tutti i luoghi in cui si usa riscaldare e accendere il fuoco per la cucina con legname e fogliame di macchia. Avvertiamo quell’aroma in tutte le isole del Mediterraneo, ogni volta diverso a seconda di come è composto il materiale da ardere, ma sempre con un sentore d’incenso, e sempre tale da evocare per incantesimo il ricordo di lieti giorni di sole.

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Questi primi giorni sono belli; si dispone ancora di un’imprevedibile, preziosa riserva di tempo.

Ernst divide le sue giornate tra lunghe camminate a piedi, osservazione della natura e dei luoghi, bagni, riflessioni, relazioni con i locali. Ma è chiaramente il mare a dominare la sua esperienza, e a proporgli dilemmi come questo:

Per fare il bagno è meglio tuffarsi dalla scogliera o entrare nell’acqua dalla spiaggia sabbiosa? È il dilemma che si ripete sempre. Qui ciò che attrae è la conformazione rocciosa, gli animali e le piante, la possibilità di un salto sciabordante nel profondo, là c’è una forza di seduzione nel lento e graduale connubio con l’elemento, nel carezzevole mulinare della sabbia intorno ai piedi e poi nell’adagiarsi nel caldo, bianco e morbido letto di una duna.

Le sue camminate alla scoperta dei luoghi durano intere giornate. Si muove solo a piedi.

La spiaggia è solitaria, un nastro di sabbia abbagliante che declina dolcemente sino al mare. Il colore dell’acqua lungo la sponda è verde pallido, poi gradatamente diviene azzurro cupo. A destra, il bordo della spiaggia termina con un’alta duna, a sinistra con una scogliera; il tratto compreso tra i due limiti è una mezz’ora di cammino. Nel campo visivo più lontano scorgo i contrafforti montani percorsi dai flutti. Sono di nudo e brillante granito, o rivestiti da folta vegetazione il cui colore scuro è rischiarato dal giallo delle coltivazioni di cereali. Su uno di quei contrafforti si erge una delle torri dalla bella e semplice linea che furono costruite su tutte le sponde cristiane del Mediterraneo contro i pirati pagani; su un altro s’innalza un osservatorio marino. In lontananza, la vista sul mare è incorniciata tra due isole brulle: a destra l’Isola dei Gabbiani, a sinistra l’Isola dei Serpenti, sulla cui dorsale si profila, simile al guscio di una chiocciola, la sagoma di un castello abbandonato. L’Isola dei Gabbiani è invece sormontata da un faro la cui cima è abbellita da una sfera dorata.

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La solitudine domina su tutto:

Nessuna nave è visibile, nessun animale, nessun pastore. Soltanto grandi gabbiani vengono in volo dall’isola che porta il loro nome. Le scogliere ripetono l’eco del loro grido tagliente, lamentoso e rapace.
Le rupi con le loro costruzioni in apparenza disabitate diffondono un sentimento di mortale estinzione, percorso da un clima nervoso di vigilanza.

E la solitudine a volte fa brutti scherzi:

Quanto più tutti questi fari, torri di guardia, stazioni radio, semafori, fortezze producono un’impressione desolata, tanto più forte diviene l’irradiarsi di un intelligenza impersonale, di natura cosmica, che la scienza astronomica ci suggerisce connessa con il suo fondamento matematico. Qui il movimento è irrigidito in un sopore segretamente e angosciosamente animato da una gigantesca energia. Si avverte, in questa visione in cui la varietà italiana del nihilismo trova la sua giusta atmosfera, la severa luminosità dei muri calcinati dal sole che arroventa e sterilizza le immagini viventi e gli edifici. Qui regna un incantesimo solare simile a quello esistente sulla vetta della montagna magnetica dove un cavaliere bronzeo vigila sulle solitudini marine sino a quando, nell’ora predestinata, un naufragio lo abbatte.

Meno male che c’è la realtà, la minuta realtà della natura a cui aggrapparsi:

La sabbia ha riflessi abbaglianti. A tratti, la sua superficie è interrotta da dune sulle quali hanno attecchito sogiunchi e marmorizzate calcatreppole marine. Dietro le striature di sabbia si allargano distese di erba salsola circondate da lagune più o meno estese. La loro piatta superficie di acqua salmastra è animata da palmipedi.

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La torre di Porto Giunco ( o Torre Saracena) è una delle mete più frequenti delle lunghe passeggiate di Jünger.

Al sorger del sole ero già per via. Su questi litorali è consigliabile far visita alle torri medievali erette sui promontori. Sono l’orlo costiero di tutte le terre e isole cristiane del Mediterraneo. Anche qui, in un raggio di poche miglia, ce n’è una. Biancheggia in lontananza da una scogliera rivestita di vegetazione a macchia, e con la sua forma, che da uno zoccolo si slancia verso l’alto e termina con un tetto a terrazzo chiuso da merli intagliati, rammenta la torre bianca nel gioco degli scacchi. È chiamata Torre Pisana, in memoria di coloro che la edificarono, o anche Torre Saracena, con allusione al pericolo che essa aveva il compito di annunciare. Si avverte ancora un alito di nuda potenza, di pallida vigilanza intorno alle sue pietre arroventate. Simili fortezze s’innalzano in punti dai quali è possibile osservare con particolare efficacia il mare e le sue insenature, e perciò ancora oggi tornano a profitto dei viaggiatori.

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L’opera muraria era ben conservata e in gran parte rivestita ancora di malta dura come il vetro. Si vedevano fenditure e feritoie, ma né finestre né porta. Evidentemente si saliva alla cima con scale a pioli, che poi venivano ritirate, o con scale di corda. La funzione tattica di queste torri era quella di osservatorio. Quando le navi dei Barbareschi si avvicinavano, si accendevano fuochi e si faceva rumore. Era una difesa contro gli sbarchi dei pirati che venivano in cerca di bottino e di schiavi. Costoro arrivavano di sorpresa e si dileguavano rapidamente, senza dare alla milizia territoriale il tempo di radunarsi. Una simile torre costituiva una debole fortificazione, ma poteva sostenere un breve assedio. Era pur sempre una postazione di uomini valorosi.

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Sulla muraglia svolazzava un falco che avevo spaventato con la mia presenza, e in basso, nelle profondità dell’orizzonte, tanti puntini bianchi facevano larghi giri: uno stormo di gabbiani sulla superficie delle onde color di viola. Saliva, il loro stridio, famelico come il lamento degli animali predatori ma anche malinconico, come se la solitudine si ponesse una domanda lasciando sospesa la questione: la domanda vitale, essenziale, cui soltanto l’eco dà risposta.

Lo sguardo abbracciava il mare e i monti, e nel mezzo la campagna coltivata con i suoi poderi e frutteti. Quante, quante volte i difensori e gli aggressori spiarono da questo posto di vedetta, con occhi da uccello rapace, il paese circostante! Su queste costiere del Sud, quando le battono le tempeste, le questioni di potere hanno più rilievo, sono meglio valutabili che nelle nostre terre del Nord. Esse pongono un chiaro aut-aut, non sopportano il tantoquanto. Nessun Amleto sogna in cima a questa torre, nessun re di Thule, nessuno spirito ossianico.

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Nei suoi vagabondaggi Jünger si concentra su piante, uccelli, una coppia di stercorari al lavoro, conchiglie:

Che cosa sorprende e sgomenta in questa conchiglia a forma di cuore, in questa configurazione che ognuno conosce? Forse il fatto che simili opere d’arte possano essere create da un corpo ormai informe; e tuttavia esse sono una cosa morta, l’involucro protettivo che quel corpo ha eliminato. Un po’ di mucillagine, un po’ di gelatina è il conio di simili monete. La consideriamo un assegno bancario a testimonianza di una tesoreria e di una zecca precluse ai nostri occhi.
E poi è da ammirare il prodotto della cristallizzazione, la giusta misura della coscienza matematica che qui si rivela. Un’invisibile bacchetta direttoriale si alza a battere il tempo, e un ditale pieno di molecole di calcare si ordina secondo motivi musicali cui l’onda fornisce il modello d’ispirazione. Si vede il flutto precipitare e infrangersi a raggiera, si vedono le sue curvature e le sue creste dentate, le costole e scanalature che esso scava e lascia dietro a sé nella sabbia.
La forma pare semplice, come se un bimbo l’avesse ideata. Ma un maestro nel fare i calcoli non potrebbe mai, di volta in volta, escogitare la sua formula. Il suo spirito è educato alla meditazione: preziose asimmetrie lo sollevano via dai cardini di misura e di numero. Egli vede dinanzi a sé l’incalcolabile, il soffio dell’amoroso incantesimo della nostra terra nel suo primitivo splendore, il fulgore di Afrodite che erompe dalle curvature dell’onda. Esistono popoli che usano le conchiglie come denaro. In fondo, questo guscio cavo della conchiglia a forma di cuore è inestimabile: potrebbe consentire l’accesso a mondi superiori, a fiammeggianti soli. Colui che vaga per la nostra terra la esibisce come la sua conchiglia pellegrina, come un geroglifico. Il guardiano del portone di fiamma vede a quale sublime configurazione è adatta la polvere che turbina su questa stella. Qualcosa d’immortale lo illumina. Dà il suo segnale: la conchiglia si trasforma in ardore incandescente, in luce, in pura irradiazione. Il portone si apre di scatto.

Stranamente non si lascia incantare dalle fantasmagorie arrotondate del granito:

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e dai suoi muti geroglifici

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Ma Illador, già al tempo dell’arrivo di Jünger, stava cominciando a svaporare, e Villasimius a prendere forma:

Se ora in questi antichi focolai di febbre malarica i nuovi mezzi sconfiggono con rapidità sorprendente la malattia endemica, sarà confermata l’antica legge. Gli autoctoni saranno liberati da un flagello, e nello stesso tempo viene aperta la via a nuove azioni di conquista. A tali azioni appartengono il turismo di massa e di conseguenza la tecnica con le sue macchine e l’esercito di pretenziosi funzionari che arrivano al suo seguito. Si finirà per vivere qui come si vive dappertutto. Meglio, probabilmente. Ma in modo più felice? È una questione controversa.

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