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Villasimius ai tempi di Illador.

Ma non è soltanto il mistero di un mondo scomparso nel nulla quello che ci attrae e ci stupisce come una conchiglia che, per un attimo, riusciamo a intravedere tra le due onde. Avvertiamo il presagio di un lungo tempo di pace in isole al riparo dalle tempeste, di vita felice: qui possiamo perderci in questo sogno.

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Nel maggio del 1954 Ernst Junger è in Sardegna, precisamente a Villasimius. Ci arriva in corriera da Cagliari, lungo la provinciale allora polverosa e piena di curve. Ci arriva da turista prima che Villasimius fosse scoperta dalla borghesia cagliaritana, prima che fosse scoperta dal turismo, prima che Villasimius scoprisse il turismo. Ma guai a chiamare Ernst Junger un turista.

… sono dell’opinione che storia e preistoria di un’isola come questa siano comprensibili anche per altre vie che non siano quelle degli studi. Sui suoi monti, ai piedi delle sue scogliere, nell’immobile tranquillità delle sue valli dove le lucertole si crogiolano al sole, è ancora possibile dormire un sonno leggero fra gli atomi dell’atemporalità, ciò che nella sequenza dei tempi si è configurato come un modello ideale pazientemente tessuto. Ciò si può leggere nel vento e nell’onda, sui volti di uomini e donne, nel loro linguaggio e nelle loro melodie, nel modo con cui la sera s’increspa il fumo del focolare sopra le loro dimore.

Ernest Junger è reduce da due guerre mondiali intensamente vissute e abbracciate, e quindi da due sconfitte, la seconda particolarmente disastrosa. Ai due lutti se ne somma un terzo, tutto personale, quello della perdita del figlio maggiore sul fronte italiano. È chiaro che un presente così frustrante vada esorcizzato con un viaggio in una terra fuori dal tempo. Magari con la testa piena della Sardegna già raccontata e trasfigurata da altri scrittori-viaggiatori (D.H. Lawrence, Amelie Posse ed Elio Vittorini, tra i tanti) alla ricerca di esotismi e barbarismi non troppo lontani dal centro dell’Europa. Ed ecco che Villasimius diventa Illador.

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Dal guidatore avevo già avuto il nome dell’albergo e fui accompagnato là da un mucchio di bambini che mi guidarono portando i miei bagagli. La cittadina era abbacinante sotto il sole pomeridiano, nugoli di mosche ronzavano; le case erano in parte fatiscenti, in parte più o meno ben tenute dentro i loro muri di granito o di laterizio. Su tutte, anche su quelle cadenti o diroccate, si leggevano le scritte e i bandi di una squadra di disinfestazione che aveva agito qui esattamente un anno fa, nel maggio 1953. Mandrie di bestiame attraversavano le strade ai cui angoli erano fermi, in piedi, gruppi di uomini mentre sulla carreggiata camminavano donne vestite di, nero reggendo sul capo larghi e bassi canestri o grandi fiaschi.

La camera è spoglia, pavimentata con mattonelle rosse; un letto, un tavolo e una sedia costituiscono il mobilio. La vista dà su un cortile chiuso da muri di laterizio: per, terra, pietre e cianfrusaglie dove scava, a mano a mano che là vengono gettate, un gigantesco cinghiale. Vedo arbusti di limoni con fiori e frutti. Dietro i muri del cortile risplendono i tetti alla luce del sole che sta per tramontare; alcuni sono bianchi e piatti, altri appena appena spioventi e ricoperti di mattoni cotti. Le cime degli ulivi e degli alberi di fico spuntano alte dai cortili, e talora anche il ramo di un fico d’India si allunga al di sopra di un muro. Da uno dei forni esce fumo bianco, e riempie l’aria con l’aroma tipico di tutti i luoghi in cui si usa riscaldare e accendere il fuoco per la cucina con legname e fogliame di macchia. Avvertiamo quell’aroma in tutte le isole del Mediterraneo, ogni volta diverso a seconda di come è composto il materiale da ardere, ma sempre con un sentore d’incenso, e sempre tale da evocare per incantesimo il ricordo di lieti giorni di sole.

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Questi primi giorni sono belli; si dispone ancora di un’imprevedibile, preziosa riserva di tempo.

Ernst divide le sue giornate tra lunghe camminate a piedi, osservazione della natura e dei luoghi, bagni, riflessioni, relazioni con i locali. Ma è chiaramente il mare a dominare la sua esperienza, e a proporgli dilemmi come questo:

Per fare il bagno è meglio tuffarsi dalla scogliera o entrare nell’acqua dalla spiaggia sabbiosa? È il dilemma che si ripete sempre. Qui ciò che attrae è la conformazione rocciosa, gli animali e le piante, la possibilità di un salto sciabordante nel profondo, là c’è una forza di seduzione nel lento e graduale connubio con l’elemento, nel carezzevole mulinare della sabbia intorno ai piedi e poi nell’adagiarsi nel caldo, bianco e morbido letto di una duna.

Le sue camminate alla scoperta dei luoghi durano intere giornate. Si muove solo a piedi.

La spiaggia è solitaria, un nastro di sabbia abbagliante che declina dolcemente sino al mare. Il colore dell’acqua lungo la sponda è verde pallido, poi gradatamente diviene azzurro cupo. A destra, il bordo della spiaggia termina con un’alta duna, a sinistra con una scogliera; il tratto compreso tra i due limiti è una mezz’ora di cammino. Nel campo visivo più lontano scorgo i contrafforti montani percorsi dai flutti. Sono di nudo e brillante granito, o rivestiti da folta vegetazione il cui colore scuro è rischiarato dal giallo delle coltivazioni di cereali. Su uno di quei contrafforti si erge una delle torri dalla bella e semplice linea che furono costruite su tutte le sponde cristiane del Mediterraneo contro i pirati pagani; su un altro s’innalza un osservatorio marino. In lontananza, la vista sul mare è incorniciata tra due isole brulle: a destra l’Isola dei Gabbiani, a sinistra l’Isola dei Serpenti, sulla cui dorsale si profila, simile al guscio di una chiocciola, la sagoma di un castello abbandonato. L’Isola dei Gabbiani è invece sormontata da un faro la cui cima è abbellita da una sfera dorata.

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La solitudine domina su tutto:

Nessuna nave è visibile, nessun animale, nessun pastore. Soltanto grandi gabbiani vengono in volo dall’isola che porta il loro nome. Le scogliere ripetono l’eco del loro grido tagliente, lamentoso e rapace.
Le rupi con le loro costruzioni in apparenza disabitate diffondono un sentimento di mortale estinzione, percorso da un clima nervoso di vigilanza.

E la solitudine a volte fa brutti scherzi:

Quanto più tutti questi fari, torri di guardia, stazioni radio, semafori, fortezze producono un’impressione desolata, tanto più forte diviene l’irradiarsi di un intelligenza impersonale, di natura cosmica, che la scienza astronomica ci suggerisce connessa con il suo fondamento matematico. Qui il movimento è irrigidito in un sopore segretamente e angosciosamente animato da una gigantesca energia. Si avverte, in questa visione in cui la varietà italiana del nihilismo trova la sua giusta atmosfera, la severa luminosità dei muri calcinati dal sole che arroventa e sterilizza le immagini viventi e gli edifici. Qui regna un incantesimo solare simile a quello esistente sulla vetta della montagna magnetica dove un cavaliere bronzeo vigila sulle solitudini marine sino a quando, nell’ora predestinata, un naufragio lo abbatte.

Meno male che c’è la realtà, la minuta realtà della natura a cui aggrapparsi:

La sabbia ha riflessi abbaglianti. A tratti, la sua superficie è interrotta da dune sulle quali hanno attecchito sogiunchi e marmorizzate calcatreppole marine. Dietro le striature di sabbia si allargano distese di erba salsola circondate da lagune più o meno estese. La loro piatta superficie di acqua salmastra è animata da palmipedi.

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La torre di Porto Giunco ( o Torre Saracena) è una delle mete più frequenti delle lunghe passeggiate di Jünger.

Al sorger del sole ero già per via. Su questi litorali è consigliabile far visita alle torri medievali erette sui promontori. Sono l’orlo costiero di tutte le terre e isole cristiane del Mediterraneo. Anche qui, in un raggio di poche miglia, ce n’è una. Biancheggia in lontananza da una scogliera rivestita di vegetazione a macchia, e con la sua forma, che da uno zoccolo si slancia verso l’alto e termina con un tetto a terrazzo chiuso da merli intagliati, rammenta la torre bianca nel gioco degli scacchi. È chiamata Torre Pisana, in memoria di coloro che la edificarono, o anche Torre Saracena, con allusione al pericolo che essa aveva il compito di annunciare. Si avverte ancora un alito di nuda potenza, di pallida vigilanza intorno alle sue pietre arroventate. Simili fortezze s’innalzano in punti dai quali è possibile osservare con particolare efficacia il mare e le sue insenature, e perciò ancora oggi tornano a profitto dei viaggiatori.

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L’opera muraria era ben conservata e in gran parte rivestita ancora di malta dura come il vetro. Si vedevano fenditure e feritoie, ma né finestre né porta. Evidentemente si saliva alla cima con scale a pioli, che poi venivano ritirate, o con scale di corda. La funzione tattica di queste torri era quella di osservatorio. Quando le navi dei Barbareschi si avvicinavano, si accendevano fuochi e si faceva rumore. Era una difesa contro gli sbarchi dei pirati che venivano in cerca di bottino e di schiavi. Costoro arrivavano di sorpresa e si dileguavano rapidamente, senza dare alla milizia territoriale il tempo di radunarsi. Una simile torre costituiva una debole fortificazione, ma poteva sostenere un breve assedio. Era pur sempre una postazione di uomini valorosi.

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Sulla muraglia svolazzava un falco che avevo spaventato con la mia presenza, e in basso, nelle profondità dell’orizzonte, tanti puntini bianchi facevano larghi giri: uno stormo di gabbiani sulla superficie delle onde color di viola. Saliva, il loro stridio, famelico come il lamento degli animali predatori ma anche malinconico, come se la solitudine si ponesse una domanda lasciando sospesa la questione: la domanda vitale, essenziale, cui soltanto l’eco dà risposta.

Lo sguardo abbracciava il mare e i monti, e nel mezzo la campagna coltivata con i suoi poderi e frutteti. Quante, quante volte i difensori e gli aggressori spiarono da questo posto di vedetta, con occhi da uccello rapace, il paese circostante! Su queste costiere del Sud, quando le battono le tempeste, le questioni di potere hanno più rilievo, sono meglio valutabili che nelle nostre terre del Nord. Esse pongono un chiaro aut-aut, non sopportano il tantoquanto. Nessun Amleto sogna in cima a questa torre, nessun re di Thule, nessuno spirito ossianico.

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Nei suoi vagabondaggi Jünger si concentra su piante, uccelli, una coppia di stercorari al lavoro, conchiglie:

Che cosa sorprende e sgomenta in questa conchiglia a forma di cuore, in questa configurazione che ognuno conosce? Forse il fatto che simili opere d’arte possano essere create da un corpo ormai informe; e tuttavia esse sono una cosa morta, l’involucro protettivo che quel corpo ha eliminato. Un po’ di mucillagine, un po’ di gelatina è il conio di simili monete. La consideriamo un assegno bancario a testimonianza di una tesoreria e di una zecca precluse ai nostri occhi.
E poi è da ammirare il prodotto della cristallizzazione, la giusta misura della coscienza matematica che qui si rivela. Un’invisibile bacchetta direttoriale si alza a battere il tempo, e un ditale pieno di molecole di calcare si ordina secondo motivi musicali cui l’onda fornisce il modello d’ispirazione. Si vede il flutto precipitare e infrangersi a raggiera, si vedono le sue curvature e le sue creste dentate, le costole e scanalature che esso scava e lascia dietro a sé nella sabbia.
La forma pare semplice, come se un bimbo l’avesse ideata. Ma un maestro nel fare i calcoli non potrebbe mai, di volta in volta, escogitare la sua formula. Il suo spirito è educato alla meditazione: preziose asimmetrie lo sollevano via dai cardini di misura e di numero. Egli vede dinanzi a sé l’incalcolabile, il soffio dell’amoroso incantesimo della nostra terra nel suo primitivo splendore, il fulgore di Afrodite che erompe dalle curvature dell’onda. Esistono popoli che usano le conchiglie come denaro. In fondo, questo guscio cavo della conchiglia a forma di cuore è inestimabile: potrebbe consentire l’accesso a mondi superiori, a fiammeggianti soli. Colui che vaga per la nostra terra la esibisce come la sua conchiglia pellegrina, come un geroglifico. Il guardiano del portone di fiamma vede a quale sublime configurazione è adatta la polvere che turbina su questa stella. Qualcosa d’immortale lo illumina. Dà il suo segnale: la conchiglia si trasforma in ardore incandescente, in luce, in pura irradiazione. Il portone si apre di scatto.

Stranamente non si lascia incantare dalle fantasmagorie arrotondate del granito:

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e dai suoi muti geroglifici

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Ma Illador, già al tempo dell’arrivo di Jünger, stava cominciando a svaporare, e Villasimius a prendere forma:

Se ora in questi antichi focolai di febbre malarica i nuovi mezzi sconfiggono con rapidità sorprendente la malattia endemica, sarà confermata l’antica legge. Gli autoctoni saranno liberati da un flagello, e nello stesso tempo viene aperta la via a nuove azioni di conquista. A tali azioni appartengono il turismo di massa e di conseguenza la tecnica con le sue macchine e l’esercito di pretenziosi funzionari che arrivano al suo seguito. Si finirà per vivere qui come si vive dappertutto. Meglio, probabilmente. Ma in modo più felice? È una questione controversa.

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Spiaggia del Lazzaretto. Una escursione in barca a vela di cent’anni fa.

Spiaggia del Lazzaretto. Cent’anni fa. Una contessa svedese, un pittore boemo, un loro amico …

Portammo Chytil a fare un ultimo giro in barca, e questa volta andammo ancora più al largo che mai. Adesso, grazie al cielo, non avevamo più restrizioni. Finalmente eravamo di nuovo padroni di noi stessi, potevamo fare ciò che volevamo e andare dove più ci piaceva, senza doverlo notificare a chicchessia o dover chiedere il permesso ai carabinieri. Una gioia incredibile!

Salpammo la mattina presto che era ancora fresco, col mare increspato da graffi di vento, e non tornammo se non dopo mezzanotte. La meta era una spiaggia lontanissima che avevamo visto luccicare nella luce pomeridiana sotto il profilo di montagne azzurre proprio dall’altra parte del golfo; a volte sembrava una striscia bianchissima, altre una vera e propria nuvola di oro rosato. Aveva risvegliato tutti i nostri desideri repressi. Proprio perché era lontana e proibita costituiva una tentazione doppia. Adesso finalmente potevamo esaudire le nostre brame ed esplorare quel territorio sconosciuto e misterioso.

DSC_0153Si stendeva, totalmente deserto, a chilometri e chilometri da qualsiasi abitazione umana, ma c’era un vecchio rudere che dava il nome alla località: il Lazzaretto. Durante alcune epidemie, in passato, era stato usato come ospedale per malati di colera e come stazione di quarantena. Ora il tetto era crollato. Le erbacce avevano spaccato le pareti e stavano coprendo quell’unica traccia di presenza umana.

Tutt’intorno, a perdita d’occhio, non c’era niente tranne che natura selvaggia, vergine e intatta come l’avevano lasciata le mani del Creatore. Mai avevo provato una simile sensazione di primordialità. Qualsiasi altro paesaggio sembra banale e piatto, adulterato e sfruttato, quando lo paragono alla natura della Sardegna e alla sua prospettiva di eternità. E in nessun’altra parte era così conturbante come qua. Ci sentivamo come pigmei, come pulci, come microbi mentre correvamo su quella interminabile spiaggia candida.

DSC_0102Ci spingemmo anche all’interno. I rododendri erano in fiore in diverse sfumature di rosso, e c’erano altri cespugli con fiori gialli dal profumo intenso, di una specie che non avevo mai visto prima. Più ci inoltravamo più era evidente che in quel posto non c’erano mai arrivati né pescatori né cacciatori. Ci imbattemmo in animali selvatici con i loro piccoli, ovviamente molto più incuriositi che spaventati. Stavano lì a lungo a guardarci, prima di decidersi a correre o volare via.

All’improvviso sentimmo dall’alto delle strida acute, e soltanto allora le piccole creature apparvero davvero impaurite. E ne avevano ben donde, perché si trattava di un’intera famiglia di aquile: gli enormi maestosi genitori e tre piccoli ancora goffi ed incerti sulle ali. Andarono avanti con le loro esercitazioni di volo per tutto il giorno, palesemente interessate ai nostri movimenti. Quando ci muovevamo lungo la spiaggia ci accompagnavano dall’alto, e durante le ore di mezzogiorno le loro ombre ci ruotarono intorno sulla sabbia candida. Se ne stavano tra noi e il sole, ora volando basso, ora ad altezza vertiginosa. Ai loro insistenti gridi simili a lamenti rispondeva un coro di gabbiani impauriti, e negli intervalli sentivamo più acuti che mai il silenzio e la solitudine. Eravamo completamente presi e senza parole: le parole erano diventate improvvisamente superflue, davanti a quella sensazione di eternità. Gridando e cantando a squarciagola tentammo di dominare il brivido di panico che ci correva lungo la schiena. La solitudine era tale che ci sembrava di essere i primi esseri viventi su una terra nuova, o gli unici sopravvissuti di una civiltà scomparsa.

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Lungo il bordo del mare, e più lontano dove le onde arrivavano solo durante le alte maree equinoziali, c’erano file di conchiglie di ogni immaginabile forma e colore: conchiglie porpora e azzurre, altre delicate ovali rosa pallido, altre più piccole giallo zafferano e arancione. C’erano anche dei sassi belli e inusitati, alcuni con dentro dei fossili. Ma la cosa più bella di tutte erano i coralli, di ogni forma e dimensione. Non sapevamo che farcene ma non resistemmo alla tentazione di raccoglierne quanti più possibile, facendo a gara a chi trovava il più bello. Eravamo come bambini, o come selvaggi, alle prese con tutti quegli scintillanti tesori, quei giocattoli multicolori.

Chytil si inventò che stava raccogliendo una collana per un’innamorata immaginaria. Vagava intorno mormorando: “Una bella corona, una graziosa corona, una piccola corona per la mia sposa”, così spaventosamente stonato che fummo costretti a tapparci le orecchie. Ma appariva così felice e sognante che disarmati non trovammo il coraggio di interromperlo. Non è improbabile che la sua tenera espressione fosse dovuta, più che al pensiero della bella sconosciuta, alla più attraente e concreta prospettiva del pranzo.

DSC_0088Mentre sguazzavamo nell’acqua, su un fuoco che avevamo acceso con dei legnetti già cuocevano le patate novelle, e sul coperchio della pentola riscaldavano delle zucchine ripiene. C’erano anche prosciutto, fichi, formaggio e un cesto di ciliegie bianche grandi come susine. Nonostante la forte calura di maggio l’appetito era enorme: avevamo necessità di qualcosa di caldo dentro, dopo essere stati a mollo per ore.

Dopo di che ce ne stemmo distesi, mezzo addormentati, all’ombra di una grande roccia, sputando semi di ciliegia sul bordo dell’acqua, finché venne l’ora in cui non era più pericoloso ributtarsi in mare. Malgrado il calore dell’aria l’acqua era fresca e corroborante e meravigliosamente trasparente. Come il pomeriggio avanzava, la cosa diventava sempre più inebriante. La superficie color smeraldo cominciò a muoversi e a lambire la spiaggia con piccoli brevi allegri sospiri.

Era un tale incanto che all’improvviso ci fermammo, tutti e tre colpiti dallo stesso pensiero: perché mai avevamo mosso mari e monti allo scopo di lasciare tutto ciò? Eravamo stati persino pronti a rischiare la vita nel tentativo di scappare. In questo momento magico tutte le preoccupazioni sembravano completamente stupide e assurde. Un dubbio terribile ci si insinuò nella mente: avremmo mai più avuto, in vita nostra, l’opportunità di vivere in un’Arcadia come questa, dove tutto sotto il sole era gioia istintiva?

DSC_0084Adesso che eravamo liberi e senza più restrizioni, le ombre erano di colpo svanite. Svaniti tutti i piccoli fastidi, le vessazioni e le privazioni che ci avevano tribolato per tanto tempo. Non ricordavamo più neppure la disperazione da cui in parecchi momenti eravamo stati sopraffatti. Tutto ciò che fino a poco prima ci era parso significativo diventava di colpo totalmente privo di importanza: persino la realtà della guerra impallidì per un attimo riducendosi a un’inutile malvagità che non ci riguardava. Molto più reali sentivamo le aquile nel cielo sopra di noi. Con le orecchie aperte al loro messaggio sentivamo che la vera libertà era qua con loro, non in mezzo alla baraonda degli esseri umani. All’improvviso la Sardegna ci apparve in una luce nuova e più nitida, e ci rattristò l’idea di lasciare questo paradiso terrestre.

Ma l’angelo con la spada di fuoco che ci cacciò fu la nostra inarrestabile voglia di fare, che non ci permetteva di starcene a oziare in quella tranquilla oasi di pace. Con un certo senso di colpa ci strappammo alla maliarda influenza della natura per rituffarci nell’impietoso mondo della realtà. Gli uomini non tardarono a tornare all’unico interrogativo in quei giorni universalmente ritenuto di fondamentale importanza per tutta l’umanità. Durante il viaggio di ritorno non fecero che parlare di guerra e di rivoluzione, discutendo per la milionesima volta ogni possibile eventualità. Solo io, per una volta, mi rifiutai e non mi unii a loro. Mi accusarono di “tiepida neutralità” quando mi sentirono mormorare: “Oh Freunde, nicht diese Töne, lasst uns angenehmene anstimmen und freudenvollere… seid umschlungen Millionen, dieser Kuss der ganzen Welt” [“Oh amici, niente toni del genere, lasciateci tranquilli e spensierati… abbracciatevi a milioni, questo è il bacio del mondo intero” sono versi dell’Inno alla gioia di Friedrich Schiller. N.d.T.].

Ma non ero in vena di litigare. Appoggiata al bordo guardavo giù nelle profondità. Pensavo al nuovo periodo della vita in cui stavamo per imbarcarci e mi sembrava che non solo il nostro futuro, ma anche quello di tutta l’umanità, fossero scuri come il mare sotto di me, altrettanto misteriosi e insondabili. Guardavo nell’abisso tentando inutilmente di discernere cosa vi si celasse. Di tanto in tanto vi si rifletteva una stella, tremolante e ingigantita, ma non faceva a tempo a comparire che un’onda la spazzava via. Comparivano altre stelle, ma solo per essere spazzate via da altre onde. Non c’era niente su cui fissare lo sguardo, niente eccetto il mutamento. Niente restava fermo. Era questa la risposta ai miei interrogativi inespressi, una risposta che saliva dalle profondità del mare notturno? Forse non esisteva una meta, era tutto un correre e rincorrersi?

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Le risposte degli oracoli, generalmente, sono oscure. Allora lo capivo meno di quanto, in tutta umiltà, non lo capisca adesso, a distanza di quindici anni. A quel tempo non mi ero ancora resa conto che, anche se le onde sono sempre nuove e diverse, le stelle rimangono eternamente le stesse, per quanto incerto e distorto sia il loro riflesso.

Tratto da Amelie Posse, Interludio di Sardegna, Stoccolma, 1931

Protagonisti

Amelie Posse, contessa svedese, a Roma nel 1915. Sposata col pittore ceco Oskar (Oki) Bradza, all’entrata in guerra dell’Italia seguì il marito che era stato confinato ad Alghero (la Boemia in quel periodo faceva parte dell’Impero austriaco). Notizie e alcune immagini qui.

Oskar (Oki) Brádza, pittore e artista ceco. In Italia nel 1915 per motivi di studio, all’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria fu confinato ad Alghero, nonostante il suo attivismo nel neonato movimento nazionalista ceco.

Chytil, amico dei due.

La spiaggia del Lazzaretto e il suo entroterra.

Torre Grande e Vittorini

Elio Vittorini
immagine tratta da 2duerighe.com

Poi sono andato a chiudermi in cabina. Finché non mi sono addormentato ho creduto di stare in un guardaroba. E m’ha svegliato il canto di un gallo, come da un pollaio che sia là fuori, sul ponte… Il piroscafo è sempre all’àncora, cioè di nuovo, sebbene mi sembri che non si sia mosso piú, da iersera. È giorno. Avverto l’andirivieni arrugginito dell’argano. Dall’hublot vedo un cielo di vento. E c’è un rumore di marina battuta dai cavalloni.

Nell’hublot passa un’ombra, certo d’una vela. Ma si direbbe ch’io sia in una casa di campagna dinanzi al mare e qualcuno cammini sulla spiaggia a tre passi dalla mia finestra.

Gli amici mi chiamano urlando che sono le dieci e mezzo. A precipizio corro fuori in pigiama, pensando che ci tufferemo. C’è un mare nerastro ma un cielo bellissimo, vuoto, e attorno una spiaggia in semicerchio, di sabbia rovente che sfuma lontano in pianure d’erba e d’alberi. Nel polverio si vedono anche le cupole d’Oristano. I miei amici sono già in mutandine da bagno e dicono di voler raggiungere a nuoto la spiaggia. È deserta, con qualche palmizio e una fila di baracche rosse, abbandonate.

Un barcone nero è attraccato al piroscafo, continuamente cozza contro lo scafo, e la grue tira su gabbie piene di polli. È una manovra assai piú lenta, per il moto dell’acqua, di quella delle farine di S. Antioco. Molte gabbie sono però nella stiva e a un nuovo squillante chicchiricchí mi sembra di riconoscere il gallo che mi ha svegliato.

Appena pronto anch’io, scendiamo in acqua. Rapisce, impiglia le braccia. Non siamo abbastanza bravi nuotatori per lottare fino alla spiaggia con questa burrasca e un ufficiale ci grida di arrampicarci sulla chiatta, che ha finito di scaricarsi dei suoi polli e ritorna a prendere dell’altro a riva. «Presto; non ci fate perder tempo!» urla uno strano tipo di facchino. Sono tre, costoro della chiatta, in cenci di camicia e pantaloni, a gambe nude. Hanno visi famelici, da barbareschi, e le guance sozze di barba non rasa. Non so quale muta disperazione infiammi i loro occhi, ma certo ci guardano con rabbia.

Conducono la chiatta a strattoni ammainando una gomena che dal piroscafo corre alla spiaggia per mezzo miglio quasi. Il vento cresce, li fa sbandare, ed essi bestemmiano in un linguaggio ignoto, che non mi sembra nemmeno sardo. Finalmente entriamo in secca, dinanzi a un gran mucchio di casse da caricare. Scendiamo nella spuma d’un cavallone. E chissà chi siamo, degli evasi, dei naufraghi, su questa sabbia selvaggia abitata dal torvo popolo dei tre della chiatta. Altri aspettano attorno alle casse, piú cenciosi e torvi. Hanno qualcosa di cannibalesco, specie se guardano a noi. Un cane ci viene addosso abbaiando ed essi non si curano di richiamarlo. Dobbiamo intimidirlo urlandogli contro, abbaiando, direi, noi pure.

E c’è nell’aria un eccitante squallore. Il gran giallo delle sabbie. La canicola. La burrasca grigia dei cavalloni. Le baracche rosse che da bordo ci parevano nuove e parecchie, sono invece cinque in tutto, e di legno tarlato. Ci parevano baracche balneari e sono abitazioni. Da una esce un filo di fumo. Appesi a uno spago tra due altre asciugano panni femminili. E un doganiere vestito di verde legge beato in un libro molto vecchio, qualche libro di viaggi, allungandosi su un cumulo di sacchi. – È incantato dalla verità del suo far nulla, se ne infischia del piroscafo, della cosa nuova ch’è il piroscafo su questa spiaggia, dell’avvenimento di quelli che caricano; godendosi la sua meravigliosa eternità. Senz’altro, è il re del luogo. E riesco a capire perché la Sardegna è stata per lungo tempo la terra dove un qualunque patrizio pisano o genovese poteva venire a farsi un regno e chiamarsi re. Ugolino della Gherardesca era re ad Iglesias. Un Doria era re a Castelsardo. Un altro Doria a Oristano. Un Malaspina a Bosa. Questo doganiere è re su questa spiaggia; chi vorrebbe metterlo in dubbio? E noi ci stendiamo, ci rialziamo, corriamo, nella gioia dei nostri incanti frettolosi, senza un minuto di pace.

La sabbia è cosparsa di conchiglie. Ce n’è rosa, ce n’è malva, altre bianche e piccolissime, altre come ciclamini, altre nere. Da farne corone per capelli d’una donna. Per un seno ignudo. – Corriamo e non abbiamo vento addosso. Eppure sentiamo che vento sibila in alto! Corriamo fino a un vecchio pontile di palafitte, in ruderi, in tizzoni fradici come fosse stato distrutto da un incendio. Poi, a un urlo musicalmente selvaggio di richiamo, vediamo che la chiatta è pronta, che stacca dalla riva e ci buttiamo in acqua a raggiungerla nuotando.

A bordo del piroscafo montiamo arrampicandoci su per le corde della grue. Siamo felici e stanchi. Un po’ delusi anche che non ci abbiano abbandonato sulla spiaggia. Un po’ intirizziti a questo sole che non ci asciuga, a questo vento che fa cigolare i nodi delle gomene, e tutte le pulegge di bordo. – E subito la “Città di Spezia” disancora. Naviga con l’andatura delle anitre in un cortile. Quac. Quac. Su un fianco; sull’altro… Si direbbe che s’è avventurata in mare per la prima volta, cosí buffa, cosí goffa, sul suo pancione maldestro. Costeggiamo sopravento. Passiamo sottovento a un isolotto spinoso come di reticolati, su cui volano falchi. Nel pomeriggio doppiamo capo Mannu. Nella luce è penetrata una tenebra misteriosa, un’ombra non so se di pioggia o di notte. Certo il sole s’è disciolto: nel suo io invisibile. E il cielo è tutto bianco d’un ghiaccio di nuvola uniforme, che a poco a poco diventa un ghiaccio di cenere.

Tratto da Sardegna come un’infanzia , di Elio Vittorini